Chi erano gli strigoi? Chi erano davvero i vampiri in Romania?

Quando oggi pronunciamo la parola “vampiro”, l’immagine che affiora è quasi sempre la stessa: un essere immortale, pallido, seducente, dotato di zanne e condannato a nutrirsi di sangue. Ma questa creatura appartiene soprattutto alla letteratura gotica e al cinema. Nelle campagne romene, molto prima che Dracula diventasse un’icona mondiale, il terrore aveva un altro nome: strigoi.

Lo strigoi del folklore non viveva necessariamente in un castello e non indossava abiti eleganti. Non sceglieva giovani vittime sulle quali lasciare due fori perfetti. Poteva essere un morto ritornato dalla tomba, ma anche una persona ancora viva. Non si limitava a bere sangue: sottraeva salute, forza, latte, fertilità e fortuna. E, soprattutto, non era quasi mai uno sconosciuto.

Lo strigoi tornava a casa.

Strigoi vii e strigoi morți (Strigoi vivi e morti)

La distinzione più importante del folklore romeno è quella tra “strigoi vii”, gli strigoi viventi, e “strigoi morți”, gli strigoi morti.

Lo “strigoi viu” poteva condurre un’esistenza apparentemente normale. Di giorno lavorava, parlava e viveva all’interno della comunità; durante la notte, però, si credeva che la sua anima abbandonasse il corpo per incontrarsi con altre anime simili, spesso presso crocevia, margini del villaggio o luoghi considerati pericolosi.

Nel primo volume di The Manson Chronicles ritorna proprio questo concetto: il vampiro non è necessariamente una creatura relegata alle tenebre o separata dal mondo degli uomini. Può condurre una vita apparentemente normale, muoversi alla luce del sole, lavorare, stringere legami e confondersi perfettamente tra gli esseri umani.

Ciò che lo distingue non è sempre visibile dall’esterno. Come accadeva con gli strigoi vii del folklore romeno, il pericolo può nascondersi dietro un volto familiare e un’esistenza del tutto ordinaria.

Lo “strigoi mort”, invece, era un defunto che non aveva completato correttamente il passaggio nell’aldilà. Il suo corpo rimaneva nella tomba, ma la sua presenza continuava ad agire tra i vivi. Poteva tornare sotto forma umana, come ombra, come animale oppure manifestarsi attraverso sogni, rumori, malattie e disgrazie.

Non tutti i ritorni, tuttavia, erano necessariamente malvagi. Le ricerche sulla letteratura orale romena mostrano racconti nei quali il morto ritorna anche per aiutare, consolare o avvertire i propri familiari. Lo strigoi occupava dunque una zona incerta tra la vita e la morte: poteva essere persecutore, custode, vittima di un rito incompleto o anima incapace di separarsi dalla propria casa.

Lo studio di Alexandra Oana Cherecheș e Violeta Cătălina Badea, sottolinea proprio questa ambivalenza.

Come si diventava strigoi

Nella cultura popolare la morte non rappresentava sempre un passaggio automatico e definitivo. Alcune persone erano ritenute più esposte al rischio di trasformarsi.
Poteva destare sospetto chi nasceva con la “căiță”, la membrana amniotica ancora posata sulla testa, conosciuta in italiano come “camicia della fortuna”.

Anche anomalie fisiche, comportamenti considerati antisociali, una vita segnata dal peccato o una morte giudicata innaturale potevano alimentare il timore.

Tra le condizioni menzionate nelle diverse tradizioni regionali compaiono:
– essere il settimo figlio consecutivo dello stesso sesso;
– nascere con particolari segni sul corpo;
– morire senza essere stati battezzati;
– morire per suicidio o in circostanze violente;
– essere stati maledetti;
– avere praticato stregoneria;
– non aver ricevuto correttamente i riti funebri;
– lasciare che un animale, soprattutto un gatto, passasse sopra il cadavere prima della sepoltura.

Queste credenze non formavano un sistema unico e identico in tutta la Romania. Cambiavano da regione a regione e persino da un villaggio all’altro. La parola “strigoi” poteva sovrapporsi a “moroi”, “pricolici”, “vârcolac” o ad altre figure, senza che i termini fossero sempre perfettamente equivalenti.

Questa fluidità è fondamentale: il folklore non funziona come un manuale fantasy nel quale ogni creatura possiede caratteristiche immutabili. Vive di racconti tramandati, paure locali e interpretazioni familiari.

Cosa faceva davvero uno strigoi
Il tratto più lontano dall’immaginario cinematografico riguarda il modo in cui lo strigoi agiva sulle proprie vittime.

In alcuni racconti beveva sangue, specialmente quello dei bambini. Più spesso, però, sembrava consumare qualcosa di meno visibile: la forza vitale.

Una persona perseguitata da uno strigoi poteva deperire, ammalarsi, perdere l’appetito, dormire male o svegliarsi sfinita. La presenza del morto veniva riconosciuta attraverso incubi ricorrenti, sensazioni di oppressione e visite notturne. Quando più membri della stessa famiglia si ammalavano o morivano uno dopo l’altro, il primo defunto della serie poteva essere accusato di richiamare gli altri nella tomba.

Ma lo strigoi non minacciava soltanto gli esseri umani. Poteva sottrarre la “mană”, la forza generatrice e produttiva, alle mucche, ai campi e ai raccolti. Il latte diminuiva, il grano non cresceva, gli animali si ammalavano, la grandine distruggeva il lavoro di una stagione.

Nel mondo contadino la vita di una famiglia dipendeva dalla salute degli animali e dalla fertilità della terra: colpire la “mană” significava attaccare la sopravvivenza stessa della comunità.

Il Dizionario dei simboli e delle credenze tradizionali romene raccoglie testimonianze nelle quali gli strigoi distruggono matrimoni, provocano malattie, sottraggono il latte alle vacche e la fertilità ai campi. Il sangue, dunque, era soltanto una delle possibili forme del nutrimento. Ciò che lo strigoi divorava davvero era la vita in tutte le sue manifestazioni.

La notte di Sant’Andrea
Uno dei momenti più pericolosi dell’anno era la notte tra il 29 e il 30 novembre, vigilia di “Sfântul Andrei”, Sant’Andrea. Nel calendario tradizionale romeno era una notte di confine.

Secondo le credenze popolari, in quella notte gli strigoi potevano uscire, incontrarsi e combattere. Per proteggere la casa si strofinava l’aglio su porte, finestre, serrature, camini e stalle. Anche gli animali potevano essere segnati con l’aglio, perché la minaccia riguardava l’intera gospodărie, la casa rurale con tutto ciò che conteneva.

L’aglio non era quindi soltanto il repellente pittoresco diventato famoso nei film sui vampiri. Era un confine rituale, una sostanza capace di sigillare i punti d’accesso alla casa e difendere persone, bestiame e raccolti.

Il portale culturale romeno CIMEC ricorda ancora il 29 novembre come la tradizionale Noaptea Strigoilor, la Notte degli Strigoi

Il caso di Petre Toma: uno strigoi nel XXI secolo

Queste credenze non appartengono esclusivamente a un passato remoto.

Petre Toma, un uomo di settantasei anni del villaggio di Marotinu de Sus, nella regione dell’Oltenia, morì nel dicembre del 2003. Poco dopo, una giovane parente cominciò ad ammalarsi e disse di essere visitata durante la notte dal defunto.

Nel febbraio del 2004 alcuni membri della famiglia riesumarono il corpo. Secondo le testimonianze, gli estrassero il cuore, lo bruciarono e mescolarono le ceneri con acqua, che fu poi bevuta dalla donna malata. I partecipanti sostennero che, dopo il rituale, le visite cessarono e la giovane guarì.

Le autorità non considerarono naturalmente l’episodio una lotta contro un essere soprannaturale: sei persone furono accusate per la profanazione della tomba. Ma per coloro che compirono il rito non si trattò di vandalismo. Erano convinti di aver protetto una persona e di aver restituito pace allo stesso defunto.

Il caso, riportato dalla stampa internazionale nel 2005 e successivamente ricostruito anche da PBS, dimostra quanto sia riduttivo relegare gli strigoi al Medioevo. La credenza è riuscita a sopravvivere alla modernizzazione, al regime comunista, alla medicina contemporanea e alla diffusione del vampiro cinematografico

Lo strigoi non era Dracula
L’associazione automatica tra Romania, Dracula e strigoi rischia di cancellare proprio gli aspetti più originali del folklore romeno.

Dracula è un individuo eccezionale: antico, aristocratico e separato dal mondo umano. Lo strigoi, invece, nasce dentro la comunità. È un vicino, un parente, un coniuge o un familiare morto da poco. La sua storia non comincia in un castello, ma in una casa nella quale qualcuno si ammala senza motivo; in una stalla dove le mucche non danno più latte; in un campo che ha perso la propria fertilità; in un sogno nel quale il defunto continua a chiamare i vivi.

Il vampiro letterario è riconoscibile per le zanne. Lo strigoi è riconoscibile per ciò che scompare intorno a lui.